Mc 15, 21-40 La fine di tutto

Il Vangelo di Marco 

Il cammino del discepolo

La fine di tutto Mc 15, 21-40

In tutte le storie c'è il momento di massima tensione, in cui l'eroe cade, viene sconfitto e tutto sembra perduto. L'evangelista Marco non teme di mettere nero su bianco la rovina del protagonista, Gesù, scandalo per i pagani e stoltezza per i greci come dice San Paolo (1 Cor 1, 23), in quanto Dio viene fatto morire sulla croce romana. La crocifissione era vista come la pena più terribile per un condannato, oltre ad essere la più infamante (Giuseppe Flavio la definisce come Punizione ultima ed estrema per uno schiavo). Gesù viene costretto a portare il "Patibulos", la parte di croce orizzontale, su cui poi sarà issato. Viene condotto come richiede la legge (Lv 24,14;Nm 15,35-36), fuori dalle mura di Gerusalemme, su una collina detta Golgotà, luogo del cranio, forse per la forma rotondeggiante di questo posto. Di norma le crocifissione avvenivano lungo i bordi delle strade, così che i viandanti inorridissero davanti alla brutale forza dell'esercito romano e che questa immagine fosse da deterrente per altri possibili criminali. La sofferenza della croce è devastante: vieni inchiodato per i polsi, legato con delle funi, con il peso del corpo che ti tira in basso e in avanti, rompendoti le spalle, sotto lo scrocchio cocente del sole, senza cibo né acqua. La pena poi poteva andare avanti per ore se non giorni, in quanto una piccola pedana ti permetteva di resistere in piedi fino a che avevi forze, prolungando l'agonia. Si moriva dissanguati, disidratati o per asfissia, quando non si poteva più restare in posizione eretta.

Gesù, dopo essere stato martoriato, è costretto a portare la sua croce ma, i romani, probabilmente vista l'incapacità di Gesù di sostenere lo sforzo, la cedono ad un uomo di passaggio, Simone, proveniente da Cirene (attuale Libia), che sembra essere un personaggio noto alle prime comunità, come evidenzia il riferimento ai figli Rufo e Alessandro.
La prassi di costringere i cittadini a sforzi e lavori pesanti era tipica dei romani, in particolare per attività di servizio militare come in questo caso.
Gesù viene inchiodato e con lui altri due personaggi, criminali del luogo, le sue vesti sono giocate a sorte dai soldati (richiamo al Salmo 22); sulla croce Gesù resta solo, morente, dimenticato da tutti, abbandonato al suo destino.

A guardare lo spettacolo ci sono i viandanti di passaggio, i sacerdoti, i soldati, nessun volto amico è lì con lui. In questo tempo interminabile, da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio, Gesù resta inchiodato al legno maledetto, con tutti intorno che lo denigrano e lo insultano, si prendono gioco di lui, lo scherniscono. Non solo i romani e i sacerdoti che lo hanno appeso, ma anche i viandanti. Si prendono gioco di lui, condannato con la scritta "INRI", "Questo è il re dei giudei". Tutti che gli chiedono di mostrare la sua potenza per cui è famoso, di scendere da lì, di salvarsi e mostrare che Dio agisce per lui, in suo favore.
Marco crea un climax di sofferenza nel racconto: Gesù soffre sulla croce, ha sete e gli porgono del vino misto a mirra, anche per attenuare il dolore, ma non ne prende, come aveva detto nell'Ultima cena. 
Gli viene invece offerto dell'aceto, contrapposto alla dolcezza del frutto della vite e a richiamo del Salmo 69,22. 
Tutto è un richiamo alla sofferenza del giusto, perfino il mondo stesso si ritorce di sdegno davanti a questo scenario. Si fa buio su tutta la terra, simbolo della contrarietà del volere divino e del giorno della fine (vedi Amos 8,9-10; Es 10,21-23; Ger 15,9;33,19-21). Sulla croce Gesù prega in uno straziante grido il padre, invocando "Eloi", il nome ebraico di Dio. Sulla sua bocca si intravede l'inizio del Salmo 22, che da i brividi: perché Dio mi hai abbandonato? I presenti sembrano quasi confondere questa preghiera, pensando alla chiamata di Elia, profeta che doveva sancire la fine dei tempi. Tutto rimanda alla conclusione, al compimento delle scritture. Questo era quello che doveva accadere. Così, nella confusione e nello sconforto più sconcertante, ecco che Gesù esala l'ultimo respiro, ridona lo spirito al Padre. Tutto trova compimento in questo epilogo, straziante e deludente. 

Marco scandisce la passione di Gesù in orari regolari: alle 06:00 era avvenuto il processo davanti a Pilato, alle 09:00 crocifiggono Gesù, alle 12:00, nell'ora sesta, calano le tenebre su tutta la terra, 
alle 15:00, l'ora nona, Gesù muore sulla croce, alle 18:00 è deposto per essere sepolto. Tutto sembra perfettamente concordato come una gita pianificata nel dettaglio. 

Marco fa morire Gesù come il servo sofferente o il protagonista dei canti di lamentazione, come l'uomo giusto che tutti reputano maledetto da Dio. Viene ripudiato, schernito, molestato e fatto soffrire, sembra maledetto lui che si "faceva vanto" di avere Dio dalla sua parte.
Ci avete mai pensato? Gesù è totalmente solo, Dio non interviene, non muove un dito e lo fa morire.
Era solo un ipocrita, falso santone, che agiva per trarre tutti in inganno. Questo è il pensiero che assale il cristiano. Se Dio esiste perché sembra che non ci sia? Se il bene porta bene, perché ricevo il male? Che senso ha fare il bene allora? Nessuno ha seguito Gesù sotto la croce, tutti sono fuggiti e lo hanno disconosciuto. Persino Dio lo ha abbandonato. Eppure, l'evangelista mostra dei segni evidenti, che rovesciano il quadro.

Un centurione, figura pagana per eccellenza, che eseguiva il suo lavoro, riconosce in quell'uomo morente il Figlio di Dio, colui che conduce al Padre. Non lo notano i discepoli, non se ne accorgono i sacerdoti, vedono solo un uomo fallito che muore maledetto. Non sanno riconoscere il messia morente, che soffrendo risana l'umanità. Non collegano l'evento del cielo che si oscura, non sanno vedere che le parole di Gesù divengono realtà. Il velo del tempio, che separava il santo dei santi, luogo della presenza di Dio, si strappa, da parte a parte. Non c'è più separazione, è dilaniato in due, non si può ricucire, Dio e l'uomo ora sono faccia a faccia e il soldato romano lo ha visto. Come nel battesimo si erano aperti i cieli, ecco che Dio guarda ancora ai suoi figli, tendendogli la mano, nelle braccia distese di Gesù sulla croce. 

Marco chiude con la deposizione del corpo di Gesù, sottolineando come, lì presente, ci sono le donne, che hanno seguito il maestro. Proprio loro, finora sempre sullo sfondo, avranno nei versetti successivi, un ruolo chiave per la fede nel Signore. Loro sole resteranno fedeli alla promessa che Gesù le ha fatto. 

Commenti

Post più popolari